La domenica successiva alla morte di Gigi Meroni, il calendario prevede il derby. Molto si discute se mai sia il caso di riflettere, alla fine, dice la Federazione, nessun rinvio: è meglio andare avanti. E il Toro non si tira indietro, è pronto.
Nel corso di una settimana travagliata, in cui più che allenarsi i granata hanno badato a rinsaldare solidarietà e unione, l’attaccante Nestor Combin ha fatto solenne promessa di dedicare un gol a “pizzetto”, come amava chiamare l’amico Gigi. Alta e decisa si era poi alzata la voce di Giorgio Puia, uno dei veterani, a scuotere i compagni, chiamati a una partita speciale, invito accolto da tutti nei muscoli e nell’anima.
“Carattere. Il Torino è entrato in campo unito, compatto, chiuso nella ferma volontà di vendicarsi della malasorte. E ancora non erano trascorsi che tre minuti dall’inizio dell’incontro, che già esso si trovava in vantaggio. E decorsi altri tre, già aveva raddoppiato il vantaggio”.
Da non credere. L’inizio del Toro è furioso. Un fallo di mano del bianconero Leoncini frutta una punizione dal limite che Combin sfodera in rete con una fucilata: la promessa è mantenuta, ma non basta.
“Tre minuti dopo, mentre la Juventus, stordita, cerca di riorganizzarsi, arriva la seconda mazzata. Su un rilancio corto della difesa juventina, il granata Facchin indirizza di testa la palla verso Combin. Solo, senza compagni con i quali condividere l’azione, prima che qualche avversario accorra per chiudergli lo spazio, a circa dieci metri dalla linea dell’area, spostato sulla destra del campo, calcia con violenza un pallone che, partito a parabola, si abbassa verso la porta per andare a infilarsi quasi all’incrocio dei pali”.
La dinamica dell’azione, ma soprattutto l’impressione di potenza che ne scaturisce, con l’apoteosi di un tiro imprevedibile e imparabile, è straordinaria. Alte le braccia al cielo, Combin è sepolto dall’abbraccio dei compagni. Finita la sfuriata, il match si calma e si va negli spogliatoi sullo 0-2.
Viene da pensare che, forse, il Torino non sta giocando soltanto con undici uomini.
Quando si ricomincia, con la Juve che accusa l’infortunio di Gori e che dà segno di non essersi per nulla rinfrancata, i granata passano di nuovo e ancora una volta, la terza, con l’attaccante argentino. Un tocco preciso di Moschino, che brucia tutti sul tempo, offre a Combin uno scatto perentorio, il pallone gli sfila sul fianco, lui l’accompagna e poi con una lieve giravolta lo colpisce: dal gesto esce una saetta che non da scampo, un diagonale maligno. Gigi, lassù, ha da essere contento dell’impresa del generoso amico, uno gliene aveva promesso e tre invece ne ha fatti!
Sugli spalti la soddisfazione granata è grande, ma composta, quasi che festeggiare sia una sorta di mancanza di rispetto per ciò che era accaduto sette giorni prima. I cuori sono colmi di commozione.
Il match però non ha ancora esaurito la sua eccezionale carica di emozioni.
A un tratto, quando ormai si pensa che tutto si sia definito, la maglia numero sette, quella che vestiva Meroni e che ora sta sulle spalle ancora acerbe di Serie A di Alberto Carelli, ha un guizzo, uno scatto felice. Corre Carelli verso il gol, il suo primo, e lo slancio è tale che lo conduce fin dentro la porta. Così gli è agevole agguantare la palla e offrirla al cielo. Nello stadio, cala una festa silenziosa, come accaduto all’inizio della partita.
Il Torino vince con quattro reti di scarto.
Nella variegata ridda di sentimenti che si accavallano, chi ha lo sconquasso maggiore è un altro giovane, Aldo Agroppi. La domenica prima, quella funestata dall’addio a Meroni, aveva segnato per lui l’esordio in Serie A, quale gioia più grande per un calciatore. Ne aveva però goduto per poco e ancora oggi, malgrado il clamoroso trionfo sulla rivale cittadina, le sue parole non riescono a mostrare il tono della soddisfazione. Sentimenti sinceri che in breve porteranno Agroppi a ergersi come franca bandiera del tifo granata.



