Succede anche oggi, ma più raramente. Un tempo, quando tutto era più semplice e ai ragazzi, in città, era concesso qualche spazio d’erba in più per giocare liberamente, “pescare” chi dal gruppo si staccava, vuoi per un gesto, una finta o un tiro, era vocazione che gli occhi attenti di un osservatore frequentavano sovente.
Da quel momento la sorte del giovane messo nel mirino cambiava, introdotto a una scuola di calcio che, tolto dal prato, l’avrebbe patentato giocatore. Questo il destino di Antonio Janni, da giovane “gambe di asparago” per la magrezza, una volta cresciuto e fattosi uomo gagliardo, semplicemente Tonin. Per lui un mentore d’eccezione, niente meno che Vittorio Pozzo all’epoca trainer del Torino.
Qualche presenza nelle seconde squadre e via, parte per la giovane promessa la lunga corsa nel calcio dei grandi. Dapprincipio Janni gioca da centravanti. Verrebbe da dire una scelta sbagliata, vista la pochezza del fisico ed invece non è così: senza che nessuno glielo spieghi, interpreta il ruolo in modo affascinante e nuovo, tutto scatto e velocità, dribbling e tiro, astuzia.
Non ha nulla in comune col centravanti tipo carro armato che deve sfondare le difese, lui le difese le accerchia, le sorprende, le beffa. Esordisce a 17 anni.
Si scrive: “Janni fece il suo primo match con l’aria un po’ intontita dallo sbalorditivo salto fatto dalla sesta squadra granata alla prima, ma egli merita un plauso. La costanza e la volontà faranno col tempo di lui ciò che la Società intende fare di ogni suo giovane elemento che abbia le giuste disposizioni tecniche e morali”. È giovanissimo, eppure vederlo giocare in modo tanto brillante ti fa pensare a un calciatore navigato, esperto. “vede” la porta, sa sacrificarsi arretrando, quando è il caso, dialoga volentieri coi compagni.
Brucia il tempo con progressi impressionanti, tanto che nel novembre del 1924, a vent’anni, è già chiamato a indossare la maglia azzurra a Duisburg contro una feroce Germania, ansiosa di riscattare il secco 3-1 patito l’anno prima in quel di Milano.
Da qui, da questo giorno che per Janni è di felicità assoluta, prende invece le mosse un calvario impietoso che limiterà una carriera che se già è da considerare importante sarebbe stata straordinaria. Sin dalle prime battute un pestone gli fracassa l’alluce; Janni gioca lo stesso ed è lui a segnare di testa il gol della vittoria, ma a fine gara gli devono segare la scarpa per farne uscire il piede.
A questo primo stop ne seguono altri due, gravissimi. Nel 1929, di nuovo in azzurro, a Vienna, contro l’Austria del celebre allenatore Hugo Meisl, un’entrata assassina gli scompone la gamba destra; non farà tempo a rimettersi in piedi che, questa volta in maglia granata, ci penserà il terzino del Brescia Luigi Pasolini a rimandarlo all’ospedale con la duplice frattura di tibia e perone.
Infortuni che, sommati, lo renderanno claudicante e che se non gli avessero sottratto tante e tante presenze, gli avrebbero consentito di salire ancora più in alto di quanto già non sia nella speciale classifica dei più presenti della storia del Toro.
Ma la tempra che lo anima, sia nel corpo che nell’intenzione, è formidabile. Janni non si abbatte mai e appena può ritorna a giocare. Da tempo ha cambiato collocazione nello scacchiere del campo. Da quando al Torino si è costituito il “trio delle meraviglie”, composto da Baloncieri, Libonatti e Rossetti, a Janni è stato chiesto di fare un passo indietro e di sfilare nella linea mediana per indossare i panni del centrhalf, ovvero del coordinatore delle azioni, se volete, il regista.
La naturalezza con cui si infila in questa nuova mansione testimonia una volta di più della sua grandezza di calciatore. Per il “trio” avere alle spalle uno come lui, intenditore ispiratore, è un andare a nozze col gol senza titubanze.
Se poi a fianco di Janni ci trovi alcuni campioni come l’elegante “Rico” Colombari e il grintoso Mario Sperone, le vittorie non possono mancare e arrivano gli scudetti (uno revocato) e lo spettacolo di un calcio mai visto. Scrive Ettore Berra: “Nel campionato 1927-28 il Torino raggiunge la perfezione…
Si parla del trio, ma sarebbe più corretto dire di un quartetto e infatti la forza di propulsione, il centralino di rifornimento, l’uomo che lanciava alla perfezione i tre solisti era Janni. Tale quartetto ha fatto prodigi sia in campionato che in Nazionale. In campionato il Toro era il babau, gol a caterve”.
Janni, ovvero l’uomo ovunque, concreto, solido, ma anche capace di finezze oltre che di rudi opposizioni.
Le sue doti sono così varie, il suo temperamento di calciatore così ricco di risorse che non deve stupire se, con la squadra in emergenza, l’allenatore di turno pensa persino di poterne fare un ottimo terzino, una battuta che lui accoglie col sorriso: “Niente di che, nessun timore, tenete per certo che sia di destro che di sinistro io la palla al volo non la manco mai”, a sottolineare uno dei primi compiti richiesti ai difensori del tempo, ma che certo sarebbe stato come mortificarlo, perché a lui spetta altro: “Janni bada alla creazione di un gioco che non soffra di alcuna discontinuità da estrema a estrema, riuscendo a temperare la sua esuberanza tanto da evitare qualunque squilibrio e a offrire così lo spettacolo di una azione in cui non si saprebbe se più ammirare la bella armonia di sviluppo o la profonda concezione tecnica”.
E tanto basti.
Con la maglia del Torino, Janni contribuisce alla conquista di due scudetti (1926-27 revocato e 1927-28) e alla prima Coppa Italia del palmares granata. Colleziona, inoltre, 23 gettoni azzurri ed un gol.
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