Il giorno dello scudetto, a caldo:”Ho avuto la fortuna di capitare in una grossa squadra. Ora pensiamo a fare bella figura nel prossimo campionato”. Non una parola per sé: sono gli altri, i compagni, che lo hanno portato vincente sul traguardo del tricolore. Che un ragazzo di appena vent’anni, in un momento di esaltazione generale mentre tutto intorno è tripudio, mantenga un giudizio così equilibrato, umile e generoso, la dice lunga sulla sua anticipata maturità.
Del Torino campione, che Bonetto, Pianelli, Radice hanno saputo forgiare, Eraldo Pecci è stato l’indiscusso metronomo, il calcolatore che sapientemente detta tempi e modi del gioco e dell’azione. Da tanto, dall’addio alla maglia di Gianbattista Moschino, il Torino era alla ricerca di un uomo “sapiente” per il governo del centrocampo. Non che i vari Maddè, Crivelli, Rampanti e, da ultimo, Mascetti, schierati accanto a Ferrini, avessero deluso, ma quel che era mancato in loro stava, più che nella dinamica dell’azione da sostenere, nell’essenza pura dell’intuizione, al contrario vivissima in Pecci.
È senza dubbio vero che quando approda al Torino, si affaccia su un organico che sembra stia soltanto aspettando il suo arrivo (e quello di Patrizio Sala) per dar fuoco alle micce. Ma è indubbio che l’inserimento del giovane interno si rivela la classica tessera perfetta che cala al bacio in un mosaico che diventa unico, quello che Radice e i tifosi alla fine si aspettavano. Ecco così presentarsi al Comunale il più completo quadrilatero di centrocampo dai tempi del Grande Torino.
Se Claudio Sala è l’emblema della genialità; Renato Zaccarelli della geometria euclidea, Patrizio Sala della instancabilità, ebbene Pecci si fa interprete dell’impostazione, del ritmo, del lancio a puntino. Per queste caratteristiche, per il modo di stare in campo e per il fisico, non slanciato e compatto, sono in tanti, fra gli appassionati più maturi a rapportarlo a Ezio Loik, l’interno dei Campionissimi che, al suo pari, portava sulla maglia il numero otto. Un confronto per nulla azzardato.
A indicarlo con insistenza alla dirigenza granata è Edmondo Fabbri che ne conosce le qualità e non esita a spendere parole lusinghiere. Non ci si deve lasciare sviare dall’età: Pecci ha già tutto quel che serve nel suo bagaglio di giovane calciatore. “Ha l’innata capacità di intuire il gioco e il suo sviluppo. Sa cogliere al volo la dinamica dell’azione, è come se quasi ne anticipasse l’architettura, e questa è dote da grandi”.
Il parziale repulisti imposto da Radice, con le cessioni di Agroppi e Mascetti, liberando spazi nel cuore del campo, non può che calamitare l’ago del destino di Pecci sulla maglia granata. Dal Bologna, si muove con lui anche il difensore Vittorio Caporale, un friulano di poche parole, ma buona sostanza. Lo pensano, come si dice, “alla frutta”, ma diventerà il prezioso “libero” dello scudetto.
Da parte sua Pecci non sa ancora da che parte prendere il trasferimento. Squadra a parte, la città: Torino, austera, rigida, chiusa, come a dire: che ci farà un ragazzo allegro, vivace e un po’ guascone come lui?
Confessa al giornalista Sergio Barbero: «Venivo da Bologna, una città a dir poco straordinaria. Non c’è città al mondo che sappia offrirti una vita serena come Bologna. Attenzione: il Torino mi piaceva, ma ero un po’ intimidito dall’ambiente, dalla città, che avrei potuto trovare. Qualche dubbio, insomma, mi tormentava. Invece è stato tutto non bello, bellissimo. Mi sono subito sentito a posto”.
In questo danno una bella mano i tifosi che, da appassionati dal buon fiuto quali sono, apprezzano le sue qualità, caratteriali e tecniche, e subito lo adottano fra i beniamini, battezzandolo incerti fra “piedone” e “barattolo, vuoi per il generoso numero di scarpa vuoi per la statura.
Come sa fare in ogni occasione, lo spirito al mercurio, vivo e scintillante di Pecci non perde occasione per un commento dei suoi: “D’accordo, ragazzi che non sono una stanga, ma… proprio barattolo; e poi i piedi è meglio averceli lunghi, ché la palla ci resta ben appiccicata, la piloti e la fiondi ai compagni”.
Nello schema del Toro di Radice è questo che Pecci deve fare: offrire ai compagni il corridoio, impostare il registro di ritmo della metà campo; e poi spedire in rete i “gemelli” Pulici e Graziani è un piacere per uno come lui, capace di disegnare traiettorie taglienti, percorsi economici per recapitare il pallone alla migliore destinazione. Un gioco pulito, il suo, ragionato.
Vive con tutta l’intensità, la spensieratezza e lo slancio possibili l’intera epopea del nuovo grande Torino, a cui però non riesce il miracolo della continuità.
Il secondo scudetto filato non arriva e lo squadrone poco a poco si sfalda. Pecci lascia Torino così come ci era arrivato, con un sorriso sulle labbra, con la battuta sempre a tiro, con quei piedoni saggi, da regista in carriera per un talento genuino, capace di renderlo, oltre che opinionista di successo, anche una penna felice: “Per come la vedo io, il Toto agisce in questo mondo, ma non è una cosa terrena: può non vincere il campionato, può fallire, ma non può perdere. Il Toro non può perdere” Grande! Con la maglia granata merita il titolo del 1975-76 e conquista 6 presenze azzurre.
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